Di donne magrissime e notti lunghissime.

Sanremo ormai è finito. Lo guardo ogni anno, io e altri milioni di italiani. Ed io come loro, dal festival mi faccio un’idea di chi siamo e dove stiamo andando.

Quest’anno è stato l’anno di un modello di femminile magrissimo, sobrio, composto, rigido, poco divertito. Trattenuto. Non parlo ovviamente delle singole artiste, non è questo il punto. È il modello proposto che personalmente trovo preoccupante.

Negli ultimi anni abbiamo celebrato dimagrimenti importanti come se fossero traguardi professionali: Arisa, Elettra Lamborghini, Laura Pausini, Noemi. E potremmo continuare.

Non sto giudicando ovviamente le loro scelte. Sto osservando il racconto mediatico che ne è stato fatto. Ogni volta che un corpo si assottiglia e viene applaudito, a me sembra che il messaggio arrivi forte e chiaro. Soprattutto a chi ha 14 o 16 anni.

Il mondo è pieno di artiste con fisicità diverse, con energie diverse, con stili meno rigidi, meno allineati a questa estetica così controllata, eppure il festival della canzone italiana sceglie di proporre quel modello lì.

C’è una retorica sottile che tiene insieme tutto: gli abiti lunghi delle figure sottilissime, la compostezza, i discorsi solenni (tra cui quello di Gino Cecchettin che ha la grande forza della testimonianza in mezzo a un monte di retorica imbarazzante), la presenza di simboli forti.

Ma forse il punto è proprio questo: abbiamo bisogno di meno retorica e più coraggio.

Coraggio di mostrare corpi diversi, donne che ridono, che occupano spazio, che non traballano su tacchi incerti, che parlano di cose vere, che esistono. Il coraggio di non trasformare la sottrazione in valore morale e gradevolezza estetica.

Se davvero ci sta a cuore il benessere delle nuove generazioni (e, diciamolo, anche nostro), forse dovremmo smettere di vendere come unico orizzonte possibile un’estetica che per le donne coincide sempre con il “meno”.

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Di pace maschile fragile e alternative possibili